Museo/Monumento

Statua dell'Immacolata Concezione

Descrizione
La statua lignea è stata accostata, in un recente studio, alla produzione di Giovanni Bonavita (metà del XVIII secolo), specialmente a causa dei lineamenti particolarmente eleganti riconducibili allo stile dello scultore napoletano, uno dei maestri-cerniera tra l’ultima efflorescenza barocca e la stagione settecentesca. Nell’anno 1853 l’opera bovalinese, come recita l’iscrizione sulla predella, fu “ELEGANTIUS ORNATA (…) SUMPTIBUS ET DEVOTIONE” dal futuro Vescovo Raffaele Morisciano. L’uso del grado superlativo dell’avverbio (traducibile come “abbellita più elegantemente”) spiega alla lettera quanto commissionato dal prelato, il quale a sue spese fece rivestire le superfici scultoree con la foglia di oro e d’argento nonché riparare i danni subiti dalla statua in seguito a due calamità naturali. Ciò lo si riscontra dalla epigrafe latina, dipinta al di sotto della base (pertanto completamente nascosta), attraverso la quale veniamo a conoscenza delle vicende legate al primo secolo di vita dell’opera: «HANC STATUAM MEDIO FERE VOLVENTI XVIII SCULPTAM SAECULO DEIN TAERREMOT.(U) 5 FEBBR.(UARII) 1783 MOLITAM ITEMQUE POSTEA DIE 17 AUGUSTI 1847 DE CAELO LEVITER TACTAM NEC ADHUC UT ANIMIS ERAT INSTAURATAM RAPHAEL MORISCIANO BOVALINEN.(SIS) CAN.(ONONICUS) ARCHIPRESB.(ITER) CATHEDR.(ALIS) EPIS.(COPALIS) HYERACEN.(SIS) IDEO NEAPOLIM POTIENS GRATI ANIMI ERGO ET DEVOTIONIS IN DULCISSIMAM CAELESTEM MATREM SUIS SUMPTIBUS REFICIENDAM ELEGANTIUS ORNANDAM OPERE SCULPT.(ORIS) ARCHANGELI TESTA MENSIS AUGUSTI 1853» [Questa statua realizzata nella metà del XVIII secolo danneggiata dal terremoto del 5 febbraio 1783 e lievemente danneggiata da un fulmine il 17 agosto 1847 fu fatta restaurare per la prima volta a sue spese da Raffaele Morisciano bovalinese canonico arciprete della Cattedrale Vescovile di Gerace a Napoli con animo grato e devozione verso la Dolcissima Madre Celeste la fece “rifare più sontuosamente e ornare più elegantemente” ad opera dello scultore Arcangelo Testa nel mese di agosto del 1853]. A rafforzare l’ipotesi circa la paternità dell’opera a Giovanni Bonavita è la similitudine riscontrata tra la statua di Bovalino, commissionata nel 1752 circa dall’arciprete Gaspare Marrapodi Barletta, e l’omologa di Taurano (AV), sia nelle fattezze che nelle policromie. Differentemente dall’opera irpina, caratterizzata da un volto fanciullesco, l’Immacolata bovalinese evidenzia un contrasto tra la candida bellezza creaturale della Vergine e l’intricata manta d’oro fulvo e d’argento che riveste come un horror vacui tutta la superficie scultorea, ad eccezione degli incarnati. Assorta nella contemplazione della realtà celeste, l’immagine non incede nello spazio circostante, come anche non ricerca motivazioni circa la sua corporeità ormai trasfigurata. Si espande nel tempo e nello spazio come rivisitazione di una kore megaellenica. L’immagine consustanziale della “donna vestita di sole” verrà riconosciuta dalla Chiesa come l’Immacolata Concezione l’8 dicembre 1854, appena un anno dopo il restauro dell’opera. Nonostante l’effetto cromatico voluto da Morisciano, rimane viva l’impronta di Giovanni Bonavita, in entrambe le opere. Salta agli occhi dell’osservatore l’intreccio del mantello, riconducibile alla verve settecentesca e la medesima ispirazione formale mutuata dai modelli che erano stati realizzati alcuni decenni prima nelle più celebri botteghe napoletane. Lo scultore fa scivolare il manto ceruleo lungo la figura della Vergine come uno scampolo di stoffa che, dopo aver impattato morbidamente, si aggrappa intorno alla silhouette, quasi volesse simulare l’effetto di un soffio di vento. Un aspetto di fondamentale importanza lo si può riscontrare dal contrasto tra l’estasi della Vergine ed il virtuosismo berninano (evocato da entrambe le opere) che provoca, quindi, lo scioglimento della rigidità e implica un nuovo bilanciamento dei pieni e dei vuoti, portando l’osservatore a chiedersi se il “volo” del mantello debba ancora concludersi o ricadere pesantemente ai piedi della figura. Lo stile presentato da entrambe le opere è fortemente correlato alle novità del nascente “rocaille” Rococò, trovando aderenze chiare ed eloquenti con il linguaggio di Giovanni Bonavita. Per quanto l’intervento di Arcangelo Testa sulla statua calabrese, evocante la visione apocalittica, possa attrarre l’attenzione sul riuscito revival dell’estofado de oro, è tuttavia innegabile che il trattamento della massa scultorea sia oramai indirizzato ad un’inevitabile evoluzione dei modelli iconografici concepiti dai maestri seicenteschi. L’Immacolata è divenuta patrona di Bovalino Superiore in seguito all’assedio turco dell’8 settembre 1594: in quella occasione, quando i Turchi, guidati dal rinnegato cristiano Sinan Pascià, espugnarono la cittadella fortificata e appiccarono l’incendio all’abitato, le donne, raccolte in chiesa, pregarono fortemente l’Immacolata per far cessare il flagello. La Madonna, impietosita, fece allora cadere una pioggia scrosciante, che spense le fiamme e impaurì gli invasori, spingendoli alla fuga. Da allora, l’8 settembre è divenuta festa patronale dedicata all’Immacolata, nel cui nome è stata anche costituita una Arciconfraternita tutt’ora esistente. Il 30 settembre 2020 a Bovalino Superiore, al termine di un importante restauro, è stato nuovamente esposto alla venerazione dei fedeli il simulacro ligneo.

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